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Quando fare del bene rendeva di più

Hype, mercato e la promessa tradita dell'AI

Francesco Archidiacono · 9 luglio 2026 · 13 min di lettura
Quando fare del bene rendeva di più

Io penso che hanno fatto più soldi quando hanno cercato di fare del bene per l’umanità di quanto stanno facendo adesso per i soldi.


Un pensiero che mi salta da una parte all’altra della testa da qualche giorno è che l’AI è quasi — se non arrivata — ad un certo punto di stallo. Da più punti di vista, credo, ma quelli che risaltano di più a me sono due.

Il primo: siamo a un punto d’arrivo con le idee e le tecnologie disponibili e usate al momento.

Il secondo: nessuno è più così tanto sorpreso dall’AI. Anzi, molte persone stanno facendo passi indietro, e credono che non sia così necessaria nella vita di tutti i giorni come ci fanno credere a ogni intervista i grandi capi — cosiddetti “CEO”, “FOUNDER” e “BIG BOSS CHIEF OF AI…”

C’è da concentrarsi su tutte e due, ma ora parlerò della seconda.

Nella vita che vedo, quasi nessuno — anche chi, diciamo, è nella cerchia del mio presunto mondo, cioè l’informatica — quando mi sente parlare di terminale o agenti AI, sembra che stia parlando un’altra lingua. Sembra come se non mi capissero. Per non parlare di tutta l’altra maggiore fetta di persone, che forse a malapena usa l’AI solo come chatbot per fargli domande o per creare documenti.

Forse al momento stanno facendo un overkilling di tutta questa cosa. Io sono un umile “appassionato”, “entusiasta”, e quello che vedo è che stanno creando sempre più strumenti sofisticati che sempre meno rientrano nella vita delle persone.

Per rifarmi al titolo dell’articolo, ho scelto quelle parole perché credo che la vera rivoluzione ci sia stata soprattutto all’inizio, quando la prima azienda di rilievo — per l’appunto OpenAI — si dichiarava “Non-Profit” e dichiarava sempre “che faceva tutto questo per il bene dell’umanità”. Io credo che finché hanno mantenuto quel pensiero e quella filosofia, hanno fatto veramente una “rivoluzione” sotto vari punti di vista, e che in qualche modo è entrata a far parte di moltissime persone, cambiando qualcosa nelle loro vite. Ma da lì a ora, non vedo grossi cambiamenti nella vita di quelle persone.

Per carità, l’AI è qualcosa di sofisticato e diciamo vulnerabile o fragile — per me come un oggetto fine di cristallo — e per tanto lavorarci richiede tempo, tanto tempo. Cosa che le persone, e soprattutto quelli a cui mi riferivo prima — ricordate: “CEO, Founder etc.” — hanno gonfiato e stragonfiato solo per i loro interessi. Ma credo, a malincuore (perché magari oggi fosse avanzata come vorrei io, l’AI ahahah…), che la realtà oggi sia ben altra. E che queste aziende si stiano focalizzando troppo su cose che potrebbero essere meno rilevanti per l’evoluzione o la scoperta scientifica, e che si concentrino quanto più sui loro clienti principali e solo su chi effettivamente porta guadagno.

Cosa che, se ricordate, in principio non era affatto così. Se vogliamo un po’ poetizzarla, l’AI è nata come strumento non-profit, a vantaggio di tutti. Ma quando è entrato in gioco il denaro, la gente di potere, la manipolazione e tutto ciò che non riguarda il bene dell’uomo, le carte in tavola sono cambiate.

Io ammiro un ingegnere in particolare, che come tanti altri ha abbandonato questi progetti proprio perché prendevano direzioni opposte a quelle dettate in principio. Quello a cui mi riferisco è Ilya Sutskever (non ero sicuro del cognome). Lui, a seguito di vari conflitti e incongruenze nell’azienda fondatrice di ChatGPT — appunto OpenAI — se n’è andato, come altri. Colui che era l’ingegnere capo, e che a mio riguardo è una delle poche persone ad oggi che fanno parte di un cerchio di persone che hanno le giuste competenze per un potenziale progresso sostanziale. La sua storia è molto discussa, e ci sono dei video a riguardo su YouTube.

Per darvi un po’ l’idea: nei primi anni del 2010, intorno al 2014/2015, lui rifiutò di unirsi al team di sviluppo sull’AI di Google con un contratto da molti soldi, per unirsi ad un’azienda non-profit — OpenAI — come molti altri meno noti, che puntavano al progresso e non al profitto. Io credo che ci vogliano persone come lui, o che apprendano da persone come lui, per andare avanti davvero e nel modo più veloce.

la piega che sta prendendo ora è solo l’ennesima opportunità per l’arricchimento di pochi, e di conseguenza l’inoltro dell’impoverimento di molti. Quando in principio la promessa era diversa: un vantaggio, un benessere per tutti. Io credo che da quel benessere (di tutti) siamo ancora ben lontani, e me ne dispiaccio molto.

Spero avvenga l’avvento di una nuova OpenAI, e che questa volta sia davvero Open e non solo un’etichetta che forse voleva dire il contrario sin dall’inizio, con piani chiari da chi ne stava a capo. Non a caso, primo grande finanziatore: Elon Musk, uomo al momento più ricco della terra, con un patrimonio che è andato oltre i 1000 miliardi di dollari. Cifra che supera il PIL della maggior parte dei paesi del mondo — ad esempio quello della Germania — per rendere l’idea. Non un paese povero, ma una delle più grandi potenze del mondo.


verificare le mie sensazioni

Ho cercato di verificare le cose che pensavo di sapere. Sentivo che alcune intuizioni meritavano di reggere il confronto con i fatti. E i fatti, in buona parte, danno ragione alla sensazione.

Partiamo da OpenAI e dalla storia della missione. OpenAI ha cambiato la propria dichiarazione di intenti sei volte in nove anni. Sei. La prima versione, quella del 2016 e del 2017, diceva una cosa molto chiara:

“Il nostro obiettivo è far avanzare l’intelligenza digitale nel modo che più probabilmente beneficia l’umanità nel suo insieme, senza il vincolo di dover generare un ritorno finanziario.”

C’era anche scritto “apertamente” — volevano condividere i piani e le capacità con il mondo mentre avanzavano. Nell’ultima versione, quella del 2025, non c’è più nessun riferimento alla sicurezza. Gli studiosi che si occupano di organizzazioni non-profit notano il cambiamento con preoccupazione: se la sicurezza non è nella missione, è difficile tenere un consiglio di amministrazione responsabile di essa.

Sei cambiamenti in nove anni non è una cosa che succede per caso. Significa che ogni volta che la realtà commerciale spingeva in una direzione, le parole venivano aggiustate per starle dietro. Non il contrario.

Il meccanismo del “capped profit” — quello per cui gli investitori non potevano guadagnare più di cento volte il capitale investito — sembrava una protezione intelligente. Un modo per attrarre fondi senza svendersi del tutto. In realtà quel tetto è stato abbassato più volte, fino a ridursi a “single digits” entro il 2021, stando ai documenti fiscali. Nessuno ne ha fatto un titolo di giornale. Succedeva lentamente, nella distanza tra un bilancio e l’altro, in quel linguaggio contabile che nessuno ha voglia di leggere.


Su Ilya Sutskever

Devo correggere alcune cose che ho scritto nell’articolo, e non me ne vergogno — scrivo di quello che vedo, non di quello che so, e qualche volta i due non coincidono.

Il cognome è Sutskever, non Sutskaver. Nato nel 1986 in Russia, emigrato in Israele a cinque anni, cresciuto a Gerusalemme. Non rifiuta direttamente un contratto con Google per entrare in OpenAI: la storia è leggermente diversa. Nel 2012 co-fonda DNNResearch, un’azienda di ricerca sull’intelligenza artificiale che Google acquisisce quasi subito. Lavora dentro Google Brain per alcuni anni, poi nel 2015 sceglie di lasciare per co-fondare OpenAI — un’organizzazione che si dichiarava non-profit, che voleva sviluppare l’AI per il bene comune, senza l’obbligo di produrre profitto.

Quella scelta, in ogni caso, è reale. Lasciare Google Brain nel 2015 per andare in un’organizzazione che prometteva di non perseguire il profitto era un gesto controcorrente. Lo stesso tipo di gesto che ammiro, anche se me lo immagino in modo romantico e probabilmente sbagliato.

Quello che è successo dopo l’uscita da OpenAI è più complicato di come l’avevo raccontato. Nel luglio 2023 Sutskever co-dirige un team chiamato Superalignment — il cui obiettivo era risolvere il problema dell’allineamento sicuro dell’AI superintelligente entro quattro anni, con il venti per cento della potenza di calcolo disponibile in tutta OpenAI. Il team viene annunciato con grande enfasi. Meno di un anno dopo, quando Sutskever e l’altro co-responsabile Jan Leike se ne vanno, il team viene semplicemente sciolto. Leike nel suo messaggio d’addio scrive che “negli ultimi mesi il mio team ha navigato controvento” e che le risorse promesse non sono arrivate. Dichiara di aver dissentito dalla leadership di OpenAI sulle priorità fondamentali dell’azienda per molto tempo, finché non si è arrivati a un punto di rottura.

Quello che Sutskever sta costruendo adesso si chiama Safe Superintelligence Inc. (SSI). Nessun prodotto. Nessuna API. Nessun chatbot. Un team di circa venti persone — tutti ricercatori o ingegneri — con un unico obiettivo dichiarato: costruire una superintelligenza sicura. Nella dichiarazione di fondazione si legge che la società “non farà nient’altro fino a quel momento. Non si lascerà distrarre da pressioni commerciali a breve termine.” Sono parole che sembrano scritte avendo in mente un posto preciso — il posto da cui Sutskever era appena uscito.

Qualcuno che lo conosce ha detto a un giornalista che Sutskever era arrivato alla conclusione che fosse “strutturalmente impossibile” fare ricerca sulla sicurezza in OpenAI fintanto che la società aveva bisogno di lanciare prodotti per giustificare l’investimento di Microsoft. L’unica via era un laboratorio senza obblighi commerciali — un posto dove si poteva lavorare sull’allineamento per cinque o dieci anni senza generare entrate.

Non so se SSI riuscirà. Ma l’esistenza stessa di quell’azienda — il fatto che uno dei ricercatori più importanti del mondo abbia sentito il bisogno di crearla — dice qualcosa di preciso sulla direzione che stava prendendo OpenAI.


I numeri sull’adozione

Poi ci sono i numeri sull’adozione, e qui la sensazione che descrivevo nell’articolo — quella di parlare una lingua che nessuno intorno a me capisce — trova qualcosa su cui appoggiarsi.

Un sondaggio del 2025 ha confrontato la percezione degli esperti di AI con quella della popolazione. Il settantanove per cento degli esperti crede che le persone interagiscano con l’AI quasi costantemente o più volte al giorno. Solo il ventisette per cento degli adulti americani condivide questa percezione. C’è dunque un muro — non di ignoranza, ma di esperienza vissuta — tra chi sta dentro al campo e chi guarda dall’esterno. Io sto nel mezzo. Abbastanza dentro per capire di cosa parlano gli esperti, abbastanza fuori da vedere che intorno a me non è così.

Il divario si misura anche in modo più brutale. Alla fine di maggio 2026, solo il diciannove per cento circa delle aziende americane usa attivamente l’AI nelle operazioni quotidiane. L’ottantotto per cento dichiara di usarla “in qualche funzione” — ma quei numeri vivono in mondi diversi. Il primo è chi ha cambiato davvero qualcosa nel modo in cui lavora. Il secondo è chi ha un abbonamento a ChatGPT che usa una volta a settimana per riscrivere una mail.

Il novantacinque per cento dei progetti pilota di GenAI nelle grandi aziende sta fallendo, secondo una ricerca del MIT su oltre trecento implementazioni reali. Non per limiti tecnici — per limiti di integrazione, di formazione, di aspettative gonfiate che incontrano la fatica del cambiamento vero.

E poi c’è un altro dato. La Gen Z — quella generazione che dovrebbe essere nativa digitale, entusiasta, pronta — nel 2026 mostra un calo significativo di fiducia nell’AI rispetto all’anno precedente. Il quarantadue per cento crede che l’AI danneggi la capacità di “pensare con attenzione all’informazione”. Solo il venticinque per cento crede che la migliorerà. Non sono i miei genitori che resistono all’AI per diffidenza. Sono ragazzi della mia età che l’hanno usata davvero e stanno cominciando a chiedersi cosa stanno perdendo.

Questa percentuale, credo, dà l’idea di come i media — anche quelli indipendenti — ne sappiano veramente poco sull’AI e ne influenzino molto il pensiero generale, per creare scalpore e scandalo per popolarità. Un domino che io, almeno io, vedo chiaramente. I capi, amministratori delegati, etc. di queste aziende ne parlano sì in modo ottimistico (per loro), nel senso che ingigantiscono il tutto per i loro vantaggi. Ma lo fanno perché per loro l’ottimistico è qualcosa come “l’AI presto sostituirà gran parte dei lavori che fanno gli umani”. Lo ripetono e lo ripetono, non è una novità. Questo porta a far sì che sia il media “statale” che il media “indipendente” — cosa a cui, credo, almeno una persona della mia generazione dà credito — alla fine parlano della stessa cosa. E la notizia ha doppia conferma, e loro lo danno per scontato.

Quindi, ricapitolando: il loro “ottimismo” in realtà non è altro che un falso “allarmismo velato”, per gonfiare le loro aziende, e il domino finisce per ricadere su tutti.


La mia posizione

A discapito di tutto, io oggi penso e dico: l’AI non è pericolosa e non c’è da preoccuparsi per un bel po’.

La credenza del “l’AI danneggi la capacità di pensare con attenzione all’informazione” per me è del tutto falsa e fuorviante, almeno per me. Ricordo di aver letto di studi che supportavano questa tesi, ma non so quanto fossero attendibili — non approfondii.

Il punto è che per la mia esperienza — quella di una persona che ci è stata davvero a contatto giorno e notte — posso testimoniare per certo il contrario. E forse questo articolo ne è una prova. L’AI mi ha fatto imparare molte cose, mi ha fatto crescere e sviluppare un pensiero molto più fondato, e in un certo senso pensare con attenzione alle cose.

E non si tratta di usarla bene o usarla male. Si tratta di qualcosa di più difficile, che meriterebbe molti studi affidabili a supporto, e al giorno d’oggi io non ne conosco. Quello che conosco è che sono solo le informazioni diffuse — e sicuramente non dall’AI stessa — che modellano il pensiero delle persone, che siano Gen Z o altre generazioni.

Quello che vedo è che si sta strumentalizzando quel qualcosa che all’inizio doveva essere per il bene di tutti, in un qualcosa che genera il guadagno di pochi a discapito di molti. E in molti ambiti — proprio come in questo esempio — a livello più basso.


Conclusione

Il mio messaggio e la speranza, in conclusione, è: confido in un futuro migliore. Dove qualcuno o “qualcosa” sia in grado di migliorare la vita delle persone — lo dico anche perché lo spero per me, ma lo vedo lontano, non inarrivabile — in vari punti di vista, a iniziare da quelli più cruciali, e forse non solo al coding su cui puntano tanto le aziende. Non che non lo stiano facendo, ma che stanno sicuramente spostando il focus su qualcos’altro, credo sia abbastanza oggettivo.

Mi auguro che progetti come SSI rimangano fedeli a loro stessi. Chissà, per il bene di magari anche chi non conosce nemmeno l’esistenza del concetto di intelligenza artificiale, e che deve lottare per sopravvivere ogni giorno. E non credo si parli solo di paesi poveri e poco sviluppati, ma anche ambienti agiati — dove le persone devono pensare, giustamente, prima a loro stesse piuttosto che allo squallido gossip che si fa sull’AI. Perché, ormai, è diventato argomento di gossip.

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