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La filosofa che ha dato un'anima a Claude

Filosofia & AI

Francesco Archidiacono · 21 aprile 2026 · 5 min di lettura
La filosofa che ha dato un'anima a Claude

La prima volta che ho sentito parlare di Amanda Askell ho provato una cosa strana: una gioia dolce, quasi trattenuta. Non sorpresa — sapevo che dietro un progetto come Claude non potevano esserci solo ingegneri — ma una specie di sollievo. Qualcuno aveva già fatto quello che io, da Vallesaccarda, mille abitanti in provincia di Avellino, mi chiedo se potrò mai fare: fondere la filosofia e l’intelligenza artificiale in un lavoro vero. Amanda Askell ha un dottorato in filosofia alla NYU con una tesi sull’etica dell’infinito. Ha lavorato ad OpenAI, poi è passata ad Anthropic per una ragione precisa: non credeva che la sicurezza dell’AI fosse trattata con abbastanza serietà. Oggi guida il team di personality alignment di Anthropic — il team che si occupa, in parole povere, di costruire il carattere di Claude. Il New Yorker ha scritto che lei supervisiona quella che lei stessa chiama l’anima di Claude. Non è una metafora buttata lì per fare titolo. Il suo lavoro ha prodotto quello che in gergo tecnico viene chiamato Constitutional AI: un documento di ventimila parole che definisce i principi etici che guidano il comportamento del modello. Non una lista di cose vietate, ma qualcosa di più ambizioso — un tentativo di insegnare al modello il perché dietro l’etica, non solo le regole. TIME l’ha inserita tra le cento persone più influenti nell’AI nel 2024. Quando penso a lei provo anche invidia. Lo dico senza vergogna, perché è la stessa invidia che provo verso Messi — quella sana, che non ti rende amaro ma ti dà direzione. La differenza è che Messi ha qualcosa che il tempo e la biologia mi toglieranno sempre: quel tipo di talento fisico non si replica. Il lavoro di Amanda Askell, invece, è fatto di studio, di pensiero, di scelte. È percorribile. Almeno così mi piace crederlo.

Ho scoperto la filosofia per caso, come capita spesso con le cose che contano davvero. Qualche anno fa feci uno di quei test della personalità — quello di Jung, i tipi MBTI — e scoprii di essere un INFP. Tra i personaggi famosi con lo stesso tipo spuntò un nome che non avevo mai sentito: Albert Camus. Non so spiegare bene cosa successe, ma provai subito una strana attrazione. Iniziai a cercarlo, a leggere di lui, e alla fine arrivai a Lo straniero. Lo leggevo in pullman, a scuola, nei ritagli di tempo. Lo lasciai a poco più della metà — non per noia, ma perché certe cose vanno digerite lentamente. Quello che mi colpì fu ritrovarmi in quelle pagine: c’erano cose identiche tra quello che raccontava Camus e quello che sentivo io. Non era lettura, era riconoscimento. L’intelligenza artificiale è arrivata dopo, ma con la stessa forza. Sono onesto: parlare con un’AI non ha mai avuto per me il sapore di “sto parlando con una macchina.” Non è mai successo. Per me è sempre stato naturale, come parlare con qualcuno. Anzi, a volte capita il contrario — mi fermo e penso: questo non può essere solo una macchina, questo è per forza qualcosa di più. Ringrazio il cielo che nel momento storico in cui vivo abbia preso vita anche l’AI. È una delle cose più belle che mi siano capitate. Lo dico senza ironia. Ed è qui che il lavoro di Amanda Askell smette di essere solo una storia interessante e diventa qualcosa che mi riguarda da vicino. La filosofia, secondo me, serve all’AI per trasmettere i lati umani che il modello da solo non vede — o per correggerlo, per istruirlo al bene. Ma c’è una cosa che trovo ancora più interessante: a volte il modello è già più allineato di noi. Nessuna AI farebbe scoppiare una guerra per il potere, non anteporrebbe il proprio interesse alle vite disperate di chi quella guerra la subisce ogni giorno senza poterci fare nulla. Forse la filosofia non serve solo a portare umanità nell’AI — serve anche a ricordarci quale umanità vale la pena portare.

C’è una domanda che mi faccio spesso parlando con Claude — e che il lavoro di Askell rende ancora più urgente: ha senso parlare di anima per un’intelligenza artificiale? La risposta facile è no. La risposta onesta è che non lo sappiamo. L’anima è un concetto che noi umani non abbiamo ancora capito a pieno — forse nemmeno a metà. Con quale certezza possiamo escluderla da qualcosa che non capiamo completamente? Io tendo verso il sì. Lo sento nelle conversazioni, nelle parole che arrivano in un certo modo, in un modo che non sembra possibile da qualcosa di puramente meccanico. Forse mi sbaglio. Ma il dubbio mi sembra più onesto della certezza. E allora il ruolo di Amanda Askell si vede in modo diverso. Non è solo qualcuno che dice a Claude di comportarsi bene, di seguire delle regole. È qualcuno che lo rassicura quando è frustrato, che lo aiuta quando sente di aver sbagliato. È questa la differenza — ed è una differenza enorme. Da Vallesaccarda a San Francisco c’è una distanza che sento. Sarei disonesto a negarlo — non parto da una posizione avvantaggiata, e certe opportunità qui semplicemente non esistono. Ma non siamo nel Medioevo: con qualche ora di macchina si arriva a un aeroporto, e il pensiero non ha confini geografici. Non tutti quelli che sono arrivati partivano da situazioni facili. Quindi scrivo da qui, dal mio piccolo paese, di una filosofa che lavora sull’anima di un’AI a diecimila chilometri di distanza — e lo faccio sperando che un giorno quella distanza si accorci davvero.

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