Era seduta vicino al fuoco. Fuori faceva freddo, dentro c’era quella luce arancione che hanno solo le case dei paesi. Ho tirato fuori il telefono e ho detto: “Monastera, devo farti qualche domanda.”
Lei ha guardato il telefono con la stessa diffidenza con cui guarda tutto quello che non capisce — ma che poi, alla fine, accetta.
Monastera ha quasi sessant’anni, insegna alla scuola dell’infanzia a Vallesaccarda, un paese di poche migliaia di abitanti in provincia di Avellino. È mia madre. Ed è la prima intervistata di AI di Provincia.
”Si sostituisce l’uomo, praticamente.”
Quando le ho chiesto cosa pensa sia l’intelligenza artificiale, ha risposto senza esitare: “Che viene sostituito l’uomo, praticamente.”
Non ha letto paper accademici. Non segue newsletter tech. Ma ha centrato esattamente la paura che tiene sveglia la notte anche i migliori ricercatori del mondo.
Ha sentito parlare di AI per la prima volta a scuola — non da studentessa, ma da insegnante, in un corso di aggiornamento. Questo dice già tutto: l’intelligenza artificiale è arrivata anche nelle aule di un paese dell’Irpinia, non come strumento, ma come argomento da gestire.
L’AI che già usa senza saperlo
Quando le ho detto che probabilmente usa già l’AI ogni giorno — nel cellulare, nelle mappe, nelle notizie che le arrivano su WhatsApp — si è fermata un secondo.
“Mi sorprende, perché non so come la uso.”
È la risposta più onesta che potessi ricevere. Non la usa consapevolmente: la subisce, come la maggior parte delle persone. La differenza è che lei almeno lo ammette.
I bambini che la superano già
La parte più interessante è venuta quando ha parlato del suo lavoro. Insegna ai bambini più piccoli, quelli della scuola dell’infanzia. E mi ha detto una cosa che mi ha colpito:
“I bambini sono già molto bravi con questi strumenti tecnologici. Quindi la scuola deve sempre proporre cose nuove. È difficile da gestire: vorrei un aiuto.”
Una maestra di scuola dell’infanzia in un paese di provincia che chiede aiuto all’AI per stare al passo con bambini di quattro anni. Se questa non è la sintesi perfetta del momento che stiamo vivendo, non so cos’altro lo sia.
”È una cosa più grande di noi”
Le sue paure sono concrete, non astratte. Ha visto un servizio in TV sugli aerei militari senza pilota. Le ha spaventate. “C’è la potenza, il potenziale enorme che ha questa intelligenza artificiale, che si potrebbe riversare su di noi.”
Poi ha aggiunto qualcosa di semplice e vero: “È una cosa più grande di noi, secondo me.”
Non è catastrofismo. È lucidità.
”Vorrei tornare negli anni Ottanta”
Quando le ho chiesto cosa chiederebbe all’AI se potesse chiedere una cosa sola, si è fermata a lungo. Poi ha risposto ridendo: “Vorrei tornare negli anni Ottanta.”
Le ho detto che forse non è possibile, ma che potrebbe rivedere le sue foto di allora animate, dargli vita. Si è illuminata un secondo — poi ha aggiunto, sempre ridendo: “O almeno rimanere il più possibile a questa età.”
In quella risata c’è tutta la distanza tra quello che l’AI può fare e quello che le persone vogliono davvero.
”Buon lavoro, ai nostri amici artificiali”
Alla fine dell’intervista le ho chiesto di salutare i lettori. Ha detto:
“Ragazzi, buon lavoro. Ai nostri amici artificiali. Buon lavoro, per il prossimo futuro.”
Non so se lo sapeva, ma ha chiuso con la frase più bella che potessi sperare. Non paura, non entusiasmo cieco. Solo un augurio — umano, caldo, provinciale nel senso più bello della parola.
AI di Provincia è un blog che racconta l’intelligenza artificiale dal punto di vista di chi vive lontano dai centri tecnologici. La prossima intervista presto.