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Ho provato per voi

Ho costruito un esperto del mio blog. Poi gli ho chiesto di criticarlo.

Un Gem per analizzare AI di Provincia — e cosa ho trovato nello specchio.

Francesco Archidiacono · 28 maggio 2026 · 5 min di lettura
Ho costruito un esperto del mio blog. Poi gli ho chiesto di criticarlo.

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“La Torre d’ Avorio”
Ho costruito un esperto del mio blog. Poi gli ho chiesto di criticarlo.


Se avete mai usato Google Gemini, probabilmente avete incontrato i Gem: versioni personalizzate del modello a cui puoi dare un nome, un contesto, delle istruzioni. Un assistente su misura, in sostanza. Non uno strumento nuovo — la stessa logica esiste da anni sotto nomi diversi — ma una versione resa accessibile anche a chi non scrive codice.

Ho deciso di costruirne uno dedicato interamente ad AI di Provincia.

L’idea era semplice: dargli tutto il contesto del progetto — le rubriche, il tono, la mission, la storia del sito — e poi chiedergli di fare quello che è difficile fare da soli: guardare il proprio lavoro dall’esterno.


Come l’ho costruito

Un Gem si costruisce con un prompt di sistema: un testo che descrive chi deve essere, cosa sa, come deve risponderti. Ho scritto il mio cercando di essere preciso. Gli ho dato la struttura del sito, i nomi delle rubriche, il tipo di articoli che pubblico, il tono che cerco. Gli ho detto di ragionare come un direttore editoriale — non come un ottimizzatore di contenuti.

Poi gli ho fatto la domanda più scomoda: analizza questo progetto. Dimmi cosa non funziona.


La risposta

Quello che è uscito era sorprendentemente strutturato. Il Gem ha identificato la Unique Value Proposition del sito in modo abbastanza preciso: l’intelligenza artificiale raccontata da un posto che non è Milano, non è una redazione, non è un ufficio con una vista sul Duomo. Ha parlato di “filosofia del territorio” — una formula un po’ enfatica, ma non sbagliata.

Ha analizzato le rubriche e ha detto che la struttura è “poetica ma semanticamente debole per i motori di ricerca”. Giusto. È una tensione che conosco e che ho scelto consapevolmente — non tutto deve essere ottimizzato per Google — ma fa bene che qualcuno la nomini.

La parte più interessante è stata quella sull’identità percepita. Ha scritto che il sito rischia la Sindrome della Torre d’Avorio: così curato esteticamente da risultare intimidatorio. Il lettore si sente ospite in una biblioteca privata, non membro di una comunità. È una lettura che mi ha fatto fermare.


La Torre d’Avorio mi spaventa. O meglio, mi rattrista.

C’è una differenza. La paura ha un oggetto preciso — qualcosa che potrebbe succedere. La tristezza è più vaga, più onesta. È la sensazione di riconoscere qualcosa che già esiste.

Quando il Gem ha scritto che il lettore si sente ospite in una biblioteca privata, ho capito subito cosa intendeva. E non ho pensato “devo cambiare qualcosa”. Ho pensato: è già così, ed è colpa mia.

Non nel senso del fallimento. Nel senso che è una conseguenza diretta di come scrivo, di cosa cerco quando scrivo. Cerco la profondità. Cerco la frase che pesa. E forse, senza accorgermene, ho costruito un posto in cui si entra in punta di piedi — non perché io abbia voluto escludere qualcuno, ma perché ho ottimizzato per qualcosa che non si condivide facilmente.

La profondità isola. Non sempre, ma spesso. È nella sua natura.

E il paradosso è che AI di Provincia nasce esattamente dall’opposto: da un posto periferico, da una mancanza di centro, dall’idea che le cose importanti arrivano anche qui, anche a noi. Nasce da una voglia di connessione — con chi vive lontano dai luoghi in cui si decide, con chi guarda l’AI da fuori, con chi non ha una redazione alle spalle ma ha qualcosa da dire.

Eppure il sito rischia di comunicare l’opposto. Rischia di dire: entra, ma con rispetto. Rischia di essere un altro posto in cui ci si sente inadeguati.

Non so se ho una soluzione. Non sono sicuro che ci sia una soluzione che non costi qualcosa — un po’ di quella cura formale, un po’ di quella lentezza. Il costo di abbassare il ponte levatoio, come ha scritto il Gem, è sempre che entra anche il vento.

Ma la tristezza rimane. Perché costruire qualcosa di bello e solitario non era quello che avevo in mente.


Cosa non mi ha convinto

Il Gem ha anche prodotto una serie di raccomandazioni operative — lead magnet, CTA inline, clustering per argomenti — che erano corrette nel senso tecnico del termine e quasi irrilevanti per questo progetto. Era la parte in cui il modello smetteva di leggere AI di Provincia e cominciava a rispondere a un brief generico di content marketing.

Lo so riconoscere perché il tono cambiava. Diventava più liscio, più da slide aziendale. Quella non era un’analisi del mio sito — era il template di un’analisi di qualsiasi sito.


La parte che ho trovato più onesta

Alla fine dell’analisi, il Gem ha scritto una sezione chiamata “Contro-Argomentazione” — invitato dal prompt a mettere in dubbio le proprie conclusioni. E lì ha detto una cosa interessante: che rendere il sito “troppo ottimizzato” avrebbe rischiato di farlo diventare l’ennesima newsletter tech di cui il mondo non ha bisogno. Che la conversione, per funzionare qui, deve sembrare un atto di ospitalità, non di vendita.

Uno strumento abbastanza sofisticato da smontare i propri consigli è una cosa che vale la pena notare. Non perché sia sapiente — è comunque un modello che risponde a pattern — ma perché quella capacità di auto-correzione dice qualcosa su come questi strumenti stanno evolvendo.


Cosa rimane

Usare un Gem per analizzare il proprio lavoro è utile con una condizione: devi sapere già abbastanza del tuo progetto da distinguere quando lo strumento ti vede davvero da quando ti sta descrivendo chiunque.

In questo caso, la parte sulla Torre d’Avorio era vera. Il resto era rumore con buona punteggiatura.

Pensiero Lento

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